Senza Barlume

Nell’oscurità profonda dell’abisso
un’ombra fosca si aggira silenziosa
e cupa. Stilla. La goccia si frange
opaca sul fondo catramoso e smorto.

Un velo sinistro pervade, nella notte,
l’etere già torvo; un olezzo afoso, di acre
intriso, s’innalza; si spande pesante e gobbo.
Solitudine indistinta, misteriosa e fitta.

Si spegne, nel buio sordo delle tenebre,
la torbida sagoma confusa.
Stride l’orrido baratro; un gemito
penetrante inarca lo spazio denso attorno.

Bieco, cavernoso e grave
s’intrica l’oblio con l’estinzione.
Spettrale, nel tetro scempio,
la morte offusca e inghiotte.

Mesto il corvo inorridito tace.

di Fabio Mattia

A un giovine

Angoscia vaga penetra
i tuoi giovini anni
e ti sembra vivere da millenni
in un torpore continuo.

Cos’è che bussa violentemente
alle porte di questa vita
effimera, se l’anima
non palpita neppure un istante?

Dovresti stringerlo in pugno
per sentirne tutto il dolore
che ti può dare, muscolo cavo
ubriaco di nausea.

Non puoi lasciarlo finire
così, senza averne sprigionato
una scintilla, che l’accenda
di palpiti nuovi.

Non puoi sopportare a lungo
il deserto che dilaga
di giorno in giorno attorno ad esso
e non desiderare la morte.

Non sei fatto solo di carne
ammalata, hai un’anima immensa
che ti renderà attimi i secoli
se tu la vuoi scuotere.

Scendi dal talamo amaro
del nulla, che stupra i pensieri
e li sperde in un solco infecondo
senza alcun nascimento.